martedì, 10 novembre 2009

L'ho tradotto mesi fa: è il mio
secondo Robb da traduttrice... e ne ho altri
tre da revisore... insomma, è il mio
quinto Robb. E come per tutti i libri su cui lavoro, quando escono, con la mia firma o meno, ne sono orgogliosa.
Non l'ho ancora avuto per le mani, ma eccolo qui:
La croce degli innocentiIl primo Robb che revisionai anni fa salì fino al
decimo posto della classifica di vendita della Narrativa straniera. Pensai: "Ma sono un portento! Qualcuno nell'editoria dovrÃ
per forza accorgersi delle mie capacità e volermi in esclusiva per sé!".
Sì, come, no...
AGGIUNTA DOVEROSA: vorrei ringraziare la persona o le persone che
revisionano le mie traduzioni e che purtroppo io non conosco quasi mai. Non so se dalle redazioni vi girano i complimenti per voi che non manco mai di fare. Vi ringrazio per il
rispetto con cui lavorate sui miei testi: anche solo una parola modificata fa il libro anche vostro.
2a AGGIUNTA DOVEROSA: Grazie anche a chi
crede nel mio lavoro e i libri me li affida.
lunedì, 02 novembre 2009
La scorsa settimana al lavoro mi sono successe due cose normali ma bizzarre.
1. Mi propongono una lettura di un autore russo che ha attirato l'attenzione alla Fiera di Francoforte. Mi dicono il nome, penso: "Ma allora non sono una cogliona!". Lo avevo segnalato a chi di dovere, inascoltata, il maggio scorso. Volevo leggerlo, ma non per la gloria: non ricevendo risposte, avevo mollato la presa. Ora che lo sto leggendo, non mi piace, ma resta la soddisfazione di esserci arrivata sei mesi prima degli altri...
2. Sto revisionando un romanzo dall'inglese: io e il traduttore avevamo dieci dubbi che abbiamo sottoposto all'agente dell'autore (l'autore direttamente era irraggiungibile).
Risposta lapidaria dell'agente da parte dell'autore: tutto deve restare come in inglese, niente spiegazioni.
Sì, ok, va bene, ma se non mi spieghi in inglese cosa volevi dire, come posso fare in modo che in italiano sia come in inglese?
Dipenderà dalla totale ignoranza che molti scrittori in lingua inglese hanno riguardo alle problematiche traduttorie? Resto perplessa...
martedì, 27 ottobre 2009

In questi ultimi mesi ho continue
discussioni con alcuni colleghi su una faccenda:
I nuovi arrivati.
Nella redazione in cui sto io c'è una sorta di
incantesimo per cui, quando un coordinatore inizia a dare lavoro a un redattore nuovo, gli scaricano addosso tutti tutto: è la
fascinazione del nuovo.
La frase più usata diventa: "Perché non lo diamo a XXX?", con la leggera modifica di "Perché non lo dai a XXX?".
E in una redazione dove tutti sono
precari e aspettano assegnazioni come la
manna dal cielo (anche perché se no non paghi le bollette), trema ogni volta il pavimento...
Non fraintendetemi,
nessun linciaggio per il novellino, che, anzi, viene sempre accolto con gentilezza e simpatia sincere, però sotto sotto cova una sensazione di
ingiustizia.
Per restare fuori da questo meccanismo perverso, basta notare il fenomeno e farsene una ragione.
Ci sono passati più o meno tutti: arrivo,
battesimo del fuoco, poi piano piano cadi nella routine delle assegnazioni... perché non sei più tu il nuovo: ne è arrivato un altro. Eppure ogni volta si scatena il
putiferio, e in molti si dimenticano che a loro è successa la stessa identica cosa, solo che non se ne accorgevano perché si trovavano nel vortice del nuovo lavoro, o avevano compiti più dilazionati nel tempo, come editing o bozze voluminose.
Io e una collega cerchiamo di farlo capire agli altri: non che capirlo giustifichi la cosa, ma trovo che in fondo sia
umano, e che appaia più grave di quello che è solo perché siamo impantanati mani e piedi nel precariato.
Se ognuno di noi avesse maggiori sicurezze, forse...
mercoledì, 21 ottobre 2009
Credo di non averne più.
Un'amica continua a dirmi che più ci penso peggio andrà , e so che ha ragione, ma per me è impossibile non pensarci.
Credo di aver consumato tutta quella destinata a me in cose a volte futili a volte importanti.
Negli anni della scuola mi interrogavano a sorpresa, non sapevo niente: mi chiedevano l'unica cosa che avevo ripassato cinque minuti prima.
Gli amici avevano genitori con cui non potevano parlare, io sapevo di avere a casa due persone comprensive che qualsiasi cosa avessi combinato si sarebbero tirati su le maniche per aiutarmi.
Tutte le amiche passavano da un fidanzato all'altro cercando l'uomo perfetto, l'amore (alcune ancora lo cercano), io l'ho incontrato presto e ora è mio marito.
Ho passato anni universitari meravigliosi, con docenti invidiabili, compagni di strada da crepar dal ridere, esperienze all'estero fuori dal comune (perché la Russia è fuori dal comune!).
Poi il giorno della laurea, con il mio primo professore di russo come presidente di commissione, che durante la sessione si sbagliava e mi chiamava solo per nome: altra fortuna incredibile!
Da lì piano piano la fortuna è diminuita.
Alla fine del primo anno come assistente di Cultura russa, saltano gli assegni di ricerca per i nuovi arrivati: perdo la Borsa di studio per Giovani promettenti. La carriera accademica non fa per me.
Mi butto nel sogno che avevo da sempre: lavorare nell'editoria.
Corso di redattore editoriale: alla fine mi cerco lo stage da sola perché loro si rivelano privi di reali contatti. Lo trovo solo in un'agenzia letteraria che prende stagisti a ripetizione.
Imparo tutto il possibile, cerco lavoro: solo e sempre collaborazioni.
In questi anni mi passa il treno buono davanti due volte, quando sono ancora troppo inesperta per riuscire a saltarci sopra.
Ora i treni non passano da un bel pezzo. E, a dire il vero, in questo momento, quei treni non è che mi interessino poi tanto...
Ne aspetto un altro ben più importante, ma nemmeno quello si decide a fermarsi alla mia stazione. Lo sento fischiare da lontano ormai da anni, cerco di andargli incontro con tutte le forze e l'impegno che non mi è mai mancato, ma non lo raggiungo mai. Per mille ragioni sfortunate o forse nessuna.
Mi serve un po' di fortuna e la voglio solo per quello.
sabato, 10 ottobre 2009
Oggi guardavo il mio blog e mi sono fermata a riflettere sul sottotitolo: l'ho cambiato.
Da "La Dura Vita (Ma Non Troppo) Del Collaboratore Esterno" a "La Vita Dura (Ma Non Troppo) Del Collaboratore Esterno (Ma Non Troppo)".
Ora è più lungo e meno efficace, ma rendeva meglio l'idea, sia dal punto di vista grammaticale sia... realistico.
In verità non sono una semplice collaboratrice esterna, quanto piuttosto una... "collaboratrice interna, esterna solo per volontà altrui".
giovedì, 08 ottobre 2009
Ieri sono andata in redazione a lavorare e dopo aver perso diverso tempo fra vari uffici tecnici per scoprire se c'era un buon samaritano che mi testava il cd di un dizionario da sempre funzionante che invece aveva smesso di funzionare, sono tornata alla mia postazione che era quasi ora di pranzo. Un po' di lavoro e sono scesa in mensa con i colleghi. Dopo pranzo salto il caffè per rimettermi subito al lavoro. Faccio in tempo a revisionare qualche pagina, non di più, e sento:
"Din, don! Esercitazione antincendio. Tutto il personale è precato di prepararsi e aspettare nuove indicazioni. Din, don!"
Nell'area collaboratori e nella maggior parte delle redazioni parte lo smadonnamento:
"Porca p..., per finire 'sta roba mi toccava uscire alle sette, ora come minimo non metto il culo fuori di qui nemmeno alle otto!"
"Ah, io gli metto l'ora che ho perso sul conto."
"Sì, come no, ma se ci pagano a cottimo!"
"Sa la miseria, se mi dicevano che c'era 'sta roba me ne stavo a casa a lavorare!"
Arriva la seconda comunicazione e tutti devono seguire i responsabili antincendio e scendere dall'uscita di sicurezza. Un migliaio di dipendenti e collaboratori cominciano a scendere da una scala sporchissima mai usata da nessuno, a parte nelle esercitazioni antincendio, incrociandosi ai vari piani.
"Ma se sapevano dell'esercitazione potevano almeno pulirla, 'sta scala"
"Ma va, la stiamo pulendo noi passando, no?"
Smadonnamenti e battute goliardiche continuano fino al giardino. Tutti divisi per piano aspettiamo accanto ai colleghi. "Adesso fanno l'appello?" domanda una redattrice storica appena andata in pensione e tramutatasi in collaboratrice senza diritti.
"No, sono un paio d'anni che non lo fanno più. Non aveva senso: ora i finti collaboratori sono più dei dipendenti!" le risponde un'altra collaboratrice storica ancora detentrice di diritti.
Poi, come se nulla fosse, torniamo a intasare ascensori, scale di servizio e ci rimettiamo al lavoro.
I dipendenti hanno fatto un'oretta di pausa, ai collaboratori si è fermato il tassametro.
martedì, 06 ottobre 2009
BELLISSIMO! E AMARO...Ai colloqui di lavoro, quando ti offrono
fuffa sembra che ti stiano facendo un favore, ti stiano proponendo
oro... e ti guardano strano se rifiuti!
venerdì, 02 ottobre 2009
Un paio di sere fa guardavo una puntata della trasmissione "Le iene".
Fra un servizio sulla cannabis a scopo terapeutico, uno su soldi spillati da italiani agli estracomunitari per i permessi di soggiorno, e cose serie e meno serie, rimango un po' perplessa davanti al primo servizio: una iena donna che si piazza davanti a un locale famoso e "rimbalza" i vip invece della gente comune. Le reazioni dei "privilegiati" di casa nostra sono le più svariate, ma tutti non capiscono come sia possibile che il loro "ruolo mondano" non faccia spalancare quella porta al loro passaggio.
Poi un belloccio esclama: "Ma come non mi conosci?", dice con gli occhi sgranati, "Sono N., il tronista di Maria de Filippi!"
Tronista di Maria de Filippi? E allora? Neanche fosse il premio Nobel per la Letteratura, per la Pace o la Medicina!
Ma che cavolo dico a fare ai miei nipotini di studiare se poi basta stare seduto su una sedia in un programma televisivo pomeridiano, darla via a uno o più politici, sbatacchiare il posteriore su un bancone per avere successo nella vita?
Io ho studiato, continuo a farlo quotidianamente con il lavoro che a fatica mi sono conquistata e vengo considerata quasi una nullità . Perché dovrebbero raggiungere un livello d'istruzione alto, se significa combattere quotidianamente per il "privilegio della cultura"?
Mi sento io una superstar, e così i miei colleghi che alzano la testa, gli insegnanti precari, i lavoratori che salgono sui tetti, quelli mobbizzati che non si fanno mettere i piedi in testa, i medici e gli infermieri che si prendono carico della nostra salute in ospedale, i professori universitari che passano ancora con passione il loro sapere agli studenti e non li considerano un fastidio, i piccoli artigiani e commercianti che cercano di conservare il posto di lavoro ai loro dipendenti perché pensano a loro come a persone non a carne da sfruttare, i giornalisti veri che non si lasciano mettere il bavaglio e dimenticano i privilegi pur di non snaturare la loro ricerca di verità , i ricercatori che restano e quelli che scappano, chi lavora veramente, facendo anche il mestiere più umile di questa terra, non se ne vergogna e non va a rubare o cerca soldi facili...
Perdonatemi, ho avuto una settimana difficile...
lunedì, 28 settembre 2009
Nel mio passato di lettrice in lingua straniera c'è stato questo libro, il primo per cui abbia redatto una scheda positiva. La casa editrice per la quale lo lessi non ottenne i diritti all'asta.
In Italia uscì per un altro editore, per cui ancora non lavoravo.
Per me è rimasto il simbolo di un sì, fra tanti no.
Quando ho saputo che ci avrebbero fatto un film (e si parlava di Tom Hanks come protagonista) ero contenta.
Il film lo girarono, ma con attori minori.
Ora uscirà anche in Italia con il titolo "Un amore all'improvviso".
Ma era davvero tanto brutto per il cinema "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo"?
Il marketing...
lunedì, 14 settembre 2009
Sabato ho fatto un giro con alcuni colleghi al presidio dei precari della scuola.
Sono in Ripamonti, vicino al provveditorato, con tende, uniti, che organizzano eventi di sensibilizzazione, proteste, si incatenano...
E mi sono domandata: perché loro sì, e noi no?
La risposta è presto detta: perché finché ci sarà la fila di persone che pur di lavorare nell'editoria e in altri settori culturali si farebbe tagliare una gamba, vivremo ogni tentativo di far valere i nostri diritti come l'anticamera del calcio nel sedere. Perché hanno un unico datore di lavoro, sono uniti in un solo e unico obiettivo e non hanno timore che le loro facce siano riconosciute, mentre noi siamo messi (e ci mettiamo) volutamente gli uni contro gli altri. Perché hanno una graduatoria e chi ha più esperienza non è considerato alla stessa stregua del primo arrivato o di uno stagista da sfruttare il più possibile...
E dopo quelle riflessioni... ho avuto l'occasione di chiacchierare mezz'ora con Moni Ovada, venuto a sostenere la causa dei precari.
E questa opportunità i colleghi precari che se ne stanno con la testa ben nascosta sotto la sabbia non l'hanno avuta!